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Il Preconio
Dossier a cura di Giordano Monzio Compagnoni


(Ufficio della Settimana santa secondo il rito ambrosiano, Milano 1935)

    Esulti ormai l'angelica turba dei cieli; esultino i divini misteri; e per la vittoria di un si gran re risuoni lo squillo di liberazione. Tripudi la terra irradiata da tanto fulgore; e avvolta dallo splendore dell' eterno re, comprenda d'essersi liberata dalle tenebre che avvolgevano il mondo intero. Si rallegri parimenti la madre Chiesa, adorna del fulgore di tanta luce; e delle alte acclamazioni del popolo quest'aula echeggi. Per cui, o fratelli carissimi, raccolti qui attorno alla stupenda chiarezza di questo sacro lume, invocate con me, vi prego, la misericordia dell'onnipotente Iddio. Perché colui, che senza mio merito si è degnato annoverarmi nel numero dei leviti, infondendomi la grazia della sua luce, mi conceda di dire appieno la lode di questo cereo. Col favore del Signor nostro Gesù Cristo Figlio suo, che con lui vive e regna Dio in unità collo Spirito santo per tutti i secoli dei secoli.
Così sia.

Il Signore sia con voi.
E col tuo spirito.
In alto i cuori.
Li abbiamo rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al Signore Dio nostro.
E' cosa degna e giusta.
    Sì, è degno e gusto, veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi sempre qui e dovunque ti rendiamo grazie, o Signore santo, Padre onnipotente, eterno Iddio. Tu non già col sangue e l'adipe di animali hai consacrato la Pasqua di tutti i popoli, ma col Sangue e col Corpo del tuo Unigenito, Gesù Cristo Signor nostro; affinché, abolite le cerimonie di un popolo ripudiato, subentrasse la grazia alla legge, ed un'unica vittima, offertasi da se stessa una sol volta alla tua maestà, espiasse la colpa di tutto il mondo. Questa è l'Agnello prefigurato nelle tavole di pietra; non scelto da un gregge, ma tratto dal cielo; non bisognoso di pastore, ma pastore egli stesso insuperabilmente buono; che diede la propria vita per le sue pecorelle, e di nuovo la riprese; affinché la divina degnazione fosse a noi esempio di umiltà e la risurrezione corporale argomento di speranza. Egli sotto la mano di chi lo tosava non mandò un belato di lamento, ma proclamò l'oracolo evangelico, dicendo: Fra poco vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra del Dio di maestà. Egli inoltre ci riconcilia con te, Padre onnipotente, e in virtù della maestà che a te lo uguaglia, ci perdona. Poiché quanto succedeva ai padri in figura, a noi accade in realtà.

    Ecco, già risplende la colonna di fuoco, che deve guidare il popolo di Dio nel corso della notte santa alle acque salutari; nelle quali affoga il persecutore e dalle quali il popolo di Cristo esce purificato. Quegli infatti che a cagione di Adamo era nato alla morte, concepito ora nell'acqua santificata dallo Spirito santo, per Cristo vien rigenerato alla vita. Sciogliamo dunque i digiuni volontariamente osservati, perché Cristo s'è immolato, nostro Agnello pasquale; né mangiamo soltanto del suo Corpo, ma inebriamoci anche del suo Sangue. Soltanto il Sangue di questo genera a chi ne beve, non morte, ma salvezza. Cibiamoci altresì di questo azzimo; poiché non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola di Dio. Poiché questo è il pane disceso dal cielo. Molto più prezioso di quella manna che un giorno piovve benefica, mangiando allora della quale Israele tuttavia morì. Ma chi mangia questo Corpo acquista il possesso d'una vita perenne. Ecco son cessati i riti antichi: e ogni cosa è fatta nuova. Arrugginito infatti è il coltello della mosaica circoncisione, e non più in uso è l'aspro taglio delle pietre di Gesù (Giosuè), figlio di Nave: il popolo di Cristo invece, vien segnato in fronte, non nell'inguine; con un lavacro, non con una ferita; col crisma, non col sangue. Conviene adunque che in questa notturna attesa della risurrezione del Signore e Salvatore nostro, accendiamo la pingue cera, a cui è dote il candore nell'aspetto, la soavità nel profumo e lo splendore della fiamma; che non si strugge in putrido liquore, né offende con disgusto di esalazioni ingrate. Che v'ha infatti di più opportuno e di più festoso che far la veglia al fiore di Jesse con faci infiorate? Tanto più che la Sapienza di se medesima ha cantato: Io sono il fiore del campo ed il giglio delle convalli. La cera adunque non trasuda dal pino bruciato, né stilla dal cedro ripetutamente colpito da scure. Essa é invece frutto mirabile della verginità; e purgata gareggia in candore con la neve. Lo stesso papiro poi è prodotto dalla limpida acqua sorgiva; esso, a guisa di anima innocente, sinuoso s'avvolge, senza complicazione di legami, ma, spalmato di verginale materia (la cera), benché alimentato dai fonti, si associa alla fiamma. Conviene adunque aspettare l'arrivo dello sposo e meditare con quanta si può virtù di pietà i doni di santificazione largamente ricevuti; e che non si lascino sottentrare le tenebre alla sacra veglia, ma che si fornisca sapientemente la fiaccola, per modo che non difetti di luce; né avvenga che per rifornire d'olio la lampada, ritardiamo l'omaggio all'arrivo del Signore: il quale certamente in un batter d'occhio e come fa la folgore viene.

    Nella sera dunque di questo giorno si accumulano i più adorabili misteri e tutto quanto fu prefigurato o fatto in diversi tempi, tutto si compie svolgendosi nel corso di questa notte. Poiché precede in primo luogo, come la celebre stella dei Magi; questo vespertino lume. Segue di poi il mistico lavacro di rigenerazione, come le correnti del Giordano santificate dal Signore. In terzo luogo la voce apostolica del Sacerdote annuncia la risurrezione di Cristo. Di poi, a compimento di tutto il mistero, si pasce di Cristo la turba dei fedeli. Questa, santificata dall'orazione, e dai meriti del sommo Sacerdote e Vescovo Ambrogio, accolga il giorno della divina risurrezione, regnando Cristo in tutti i cuori. Per il dolce e benedetto Figlio tuo Signor nostro, Gesù Cristo, col quale beato vivi e regni, Dio, in unità collo Spirito santo per tutti i secoli dei secoli.
Cosi sia.


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