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Introduzione dell'Evangeliario
per le domeniche, solennità e feste
a cura di G. MONZIO COMPAGNONI - Milano, Ancora, 2002


IL VANGELO NELLA STORIA DELLA SALVEZZA
E NELLA VITA DELLA CHIESA


Il Vangelo nel quadro della Rivelazione

Lungo l'intera storia della salvezza, Dio si è manifestato e reso presente con parole e con gesti. In questo modo egli è entrato nella storia umana e si è reso conoscibile:

Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura. Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto(1).

La salvezza in più modi e a più riprese offerta e annunciata da Dio per mezzo dei profeti si rivelano e si compiono definitivamente in Cristo, vedendo il quale si vede il Padre (cfr. Gv 14,9):

Dopo aver, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio. Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre. Perciò egli [...], col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna(2).

Perché fosse preservato integro attraverso i tempi e tutti gli uomini potessero conoscerlo e, attraverso di esso, raggiungere la salvezza, questo lieto annunzio - cioè l'evangelo - fu dal Signore stesso affidato alla predicazione apostolica e alla trasmissione per iscritto da parte degli evangelisti:

Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l'Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza;(3)

La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l'Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Gli apostoli poi, dopo l'Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano. [...] Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali «fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola», scrissero con l'intenzione di farci conoscere la «verità» (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto(4).

Al vertice delle Scritture vi è il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Il Vangelo - testimonianza della rivelazione di Dio in Gesù Cristo - gode quindi di una particolare preminenza all'interno non solo delle Scritture, ma dello stesso Nuovo Testamento:

La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede, si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento. Quando infatti venne la pienezza dei tempi, il Verbo si fece carne ed abitò tra noi pieno di grazia e di verità. Cristo stabilì il regno di Dio sulla terra, manifestò con opere e parole il Padre suo e se stesso e portò a compimento l'opera sua con la morte, la risurrezione e la gloriosa ascensione, nonché con l'invio dello Spirito Santo. Elevato da terra, attira tutti a sé, lui che solo ha parole di vita eterna. Ma questo mistero non fu palesato alle altre generazioni, come adesso è stato svelato ai santi apostoli suoi e ai profeti nello Spirito Santo, affinché predicassero l'Evangelo, suscitassero la fede in Gesù Cristo Signore e radunassero la Chiesa. Di tutto ciò gli scritti del Nuovo Testamento presentano una testimonianza perenne e divina. A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore(5).


Il Vangelo nella liturgia della Chiesa

Unico è il mistero della salvezza, quello di Cristo, come unica è la sua attualizzazione nella celebrazione liturgica, non solo mediante la celebrazione dei sacramenti, ma già nella proclamazione delle Scritture, e specialmente del Vangelo:

La Chiesa annunzia l'unico e identico mistero di Cristo ogni qual volta nella celebrazione liturgica proclama sia l'Antico che il Nuovo Testamento. Nell'Antico Testamento è adombrato il Nuovo, e nel Nuovo si disvela l'Antico.Di tutta la Scrittura, come di tutta la celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza: è quindi necessario che alle sorgenti della Scrittura attingano quanti cercano la salvezza e la vita. Quanto più si penetra nel vivo della celebrazione liturgica, tanto più si avverte anche l'importanza della parola di Dio; ciò che si dice della prima, si può affermare anche della seconda, perché l'una e l'altra rievocano il mistero di Cristo e l'una e l'altra nel modo loro proprio lo perpetuano(6).

Perciò la celebrazione liturgica si fonda sulla Scrittura e da essa prende forza; è lo Spirito Santo a rendere efficace la proclamazione liturgica e a trasformare il cuore dei fedeli:

La parola di Dio vien pronunziata nella celebrazione liturgica non soltanto in un solo modo, né raggiunge con la medesima efficacia il cuore dei fedeli: sempre però nella sua parola è presente il Cristo, che attuando il suo mistero di salvezza, santifica gli uomini e rende al Padre un culto perfetto. Anzi, l'economia e il dono della salvezza, che la parola di Dio continuamente richiama e comunica, proprio nell'azione liturgica raggiunge la pienezza del suo significato; così la celebrazione liturgica diventa una continua, piena ed efficace proclamazione della parola di Dio. Pertanto la parola di Dio, costantemente annunziata nella liturgia, è sempre viva ed efficace per la potenza dello Spirito Santo, e manifesta quell'amore operante del Padre che giammai cessa di operare verso tutti gli uomini(7);

Perché la parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risonare negli orecchi, si richiede l'azione dello Spirito Santo; sotto la sua ispirazione e con il suo aiuto la parola di Dio diventa fondamento dell'azione liturgica, e norma e sostegno di tutta la vita. L'azione dello stesso Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l'azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuoretutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio vien detto per l'intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l'unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione(8).

Fin dalle origini, la Chiesa ha venerato la Scrittura - e in particolare il Vangelo - come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo,

non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo(9);

Alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa ha tributato e sempre e dappertutto ha voluto e stabilito che si tributasse la stessa venerazione, anche se non lo stesso culto; mossa dall'esempio del suo fondatore, essa non ha mai cessato di celebrare il mistero pasquale, riunendosi insieme per leggere «in tutte le Scritture ciò che a lui si riferiva» (Lc 24,27), e attualizzare, con il memoriale del Signore e i Sacramenti, l'opera della salvezza(10).

Sull'esempio di Cristo, che, nello stesso giorno della sua risurrezione, aveva confortato i discepoli di Emmaus lungo il cammino, la Chiesa non ha mai cessato di radunarsi per fare memoria dei misteri di salvezza, specialmente in giorno di domenica, non solo con la frazione del pane, ma anche con la proclamazione della parola di Dio, in particolare quei testi della Scrittura che, secondo la testimonianza dell'evangelista Luca (cfr. Lc 24,27.44-47), il Cristo risorto stesso doveva aver spiegato ai discepoli(11):

Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li «ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1,3)(12).


L'Evangeliario

La centralità di Cristo nell'economia della salvezza fonda e determina la preminenza stessa che la Chiesa riserva al Vangelo, ponendolo al vertice della Liturgia della Parola, così come fonda tutti i gesti di rispetto e di venerazione ad esso tributati, come il bacio e l'incensazione (13), l'elevazione(14) o la processione accompagnata dai ceri e dall'incenso(15):

Alla lettura del Vangelo si deve il massimo rispetto; lo insegna la liturgia stessa, perchè la distingue dalle altre letture con particolari onori: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla, che si prepara con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono al libro dei Vangeli(16).

Allo stesso modo, a motivo del primato goduto dal Vangelo e

poiché l'annunzio del Vangelo costituisce sempre l'apice della liturgia della Parola, la tradizione liturgica sia orientale che occidentale ha sempre fatto una certa distinzione fra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con la massima cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture(17).

Esso, contenente il testo dell'«Evangelo quadriforme», è dunque peculiare simbolo di Cristo(18), e perciò ritenuto superiore a tutti gli altri libri liturgici, ivi compresi quelli che racchiudono le altre letture della sacra Scrittura. Da esso non solo vengono tratte le pericopi proclamate nel corso delle celebrazioni, ma è al centro di una vasta serie di gesti rituali, il cui complesso consente di coglierne appieno l'importanza e il valore simbolico.




* Sigle e abbreviazioni:  (torna in cima)
B = Rituale romano, Benedizionale (1992); BSS = Comitato centrale del grande Giubileo dell'anno Duemila, Benedetto nei secoli il Signore. Celebrazioni e preghiere per l'Anno santo (1999); CE = Cæremoniale episcoporum (1985); DV = Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum (1965); IGMR3 = Missale romanum, Institutio generalis (III ed., 2000); OLM2 = Ordo lectionum Missæ (II ed., 1981); OVPD = Pontificale romano, Ordinazione del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi (1992); PE = Evangeliarium pro diebus præsertim dominicis et festis, Prænotanda (2000); PNMA2 = Messale ambrosiano, Principi e norme (II ed., 1990); PNMR2 = Messale romano, Principi e norme (II ed., 1983); RE = Rituale romano, Rito delle esequie ; RICA = Rituale romano, Rito dell'iniziazione cristiana degli adulti (1978).

NOTE  (torna in cima)
  1. DV, n. 2.
  2. DV, n. 4.
  3. DV, n. 7.
  4. DV, nn. 18-19.
  5. DV, nn. 17-18.
  6. OLM2, n. 5.
  7. OLM2, n. 4.
  8. OLM2, n. 9.
  9. OLM2, n. 21.
  10. OLM2, n. 10.
  11. Cfr. CEI, Nota pastorale Il giorno del Signore (1984), n. 11; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dies Domini (1998), n. 11.
  12. Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum concilium (1963), n. 106.
  13. Cfr. PNMR2, nn. 232, 235 (= PNMA2, nn. 245, 248); IGMR3, nn. 272, 276-277.
  14. Cfr. PNMR2, nn. 82, 94, 128, 131 (= PNMA2, nn. 83, 95, 131, 134); IGMR3, nn. 120, 133 172, 175.
  15. Cfr. PNMR2, nn. 94, 131 (= PNMA2, nn. 95, 134); IGMR3, nn. 133, 175.
  16. PNMR2, n. 35 (= IGMA, n. 34); IGMR3, n. 60; cfr. OLM2; n. 17; PE, nn. 14-16.
  17. OLM2, n. 36.
  18. Cfr. OLM2, n. 35; IGMR3, n. 349.

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