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Research

Giordano Monzio Compagnoni
La parte della musica nel programma «Instaurare omnia in Christo».
Obiettivi e contenuti del motu proprio «Tra le sollecitudini»

Roma, Convegno AISC, 20 novembre 2003
— Testo ridotto e provvisorio —

Il 4 agosto 1903 — al termine del lungo pontificato di Leone XIII (1878-1903) —, assumendo il nome di Pio X veniva eletto al soglio di Pietro il patriacrca di Venezia, card. Giuseppe Sarto, che indicava come proprio programma pastorale quello di difendere e insieme rinnovare la cristianità, riassunto nel lemma paolino «Instaurare omnia in Christo».

«Instaurare — chiarirà il contemporaneo Angelo Marchesan — significa rimettere a nuovo ciò che è guasto, solidare ciò che è debole, vivificare ciò che sta per languire, ricomporre ciò che sta per sfaciarsi» (A. Marchesan, L'opera di Pio X nella restaurazione della musica sacra, in «Bollettino ceciliano» 5 (1910), p. 210).

A poche settimane di distanza dalla sua elezione e incoronazione, tra i primi atti ufficiali del suo pontificato egli provvedeva ad emanare una Istruzione sulla musica sacra che, anticipando alcune sensibilità proprie del movimento liturgico e recependo le principali istanze dell'intricato dibattito ecclesiale in tema di musica sacra — avrebbe segnato un indubbio punto di discrimine nella comprensione della partecipazione alla celebrazione liturgica e del valore della musica destinata al culto divino.

Tale documento, proprio mentre intendeva porsi con intento chiarificatore e correttivo nei confronti di prassi liturgico-musicali di origine più o meno recente e non sempre corrette, costituiva d'altra parte il punto di coagulo del singolare percorso pastorale di un pontefice che fin dagli anni della propria formazione sacerdotale alla musica sacra aveva sempre posto una particolare attenzione, riconoscendone il valore educativo.

In questa sede non è possibile affrontare in modo esaustivo l'ampia gamma di questioni in generale sottese all'importante documento che costituisce l'oggetto di questo Convegno, e in particolare a questo intervento.

Il tema a noi affidato è infatti bicipite:

— da un lato, richiede una definizione del ruolo della musica nel quadro più generale del programma del pontificato di Pio X, di cui sarà opportuno approfondire il significato primario e l'intepretazione sulla base del contesto storico-ecclesiale di quegli anni;

— dall'altro, richiede in relazione a ciò una individuazione e una analisi degli obiettivi specifici e dei principali contenuti della lettera motu proprio «Fra le sollecitudini».

Riservandoci di delineare successivamente un quadro più ampio e completo, vorremmo ora — mentre ringraziamo l'Associazione Italiana S. Cecilia per l'invito e per l'accoglienza — cercare di fornire, in ordine a tali questioni, un semplice contributo alla comprensione e alla teorizzazione presente nel motu proprio.

Nostra preoccupazione principale sarà dunque quella di leggere il documento «dall'interno», cioè nel quadro del pensiero di Pio X stesso, facendo soprattutto riferimento ai principali interventi pontifici cronologicamente effettuati il più possibile vicino alla data di emanazione del motu proprio, facendo emergere le linee di pensiero fondamentali. E ciò a prescindere da preoccupazioni odierne — sia dal punto di vista dell'evoluzione della scienza liturgica, sia dal punto di vista dell'estetica musicale o da altre prospettive ancora — come pure da immediate preoccupazioni applicative o di giudizio.



1. Il lemma paolino di Ef. 1,10

Proviene da uno degli inni della tradizione paolina, quello contenuto nella lettera agli Efesini (Ef 1,8-10),

[Dio] l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.


Ma, più specificamente, qual è il significato del verbo instaurare?

Nel caso della lettera agli Efesini, instaurare rende il greco anakephalaiòsasthai, infinito aoristo medio del verbo anakephalaiòo — che come presente passivo nel NT figura solo in Rm 13,9 (anakephalaioùtai) — ed è un composto di kephalaiòo, a sua volta derivato di kephàlaion, diminutivo di kefalè.

Il sostantivo kephàlaion indica anzitutto la testa o la cima, e poi la parte o la suddivisione principale (capitulum), il punto rilevante, l'essenziale di una precedente discussione o la conclusione di essa. Di conseguenza kephàlaion passa a designare sia la somma (che nell'antichità non veniva scritta in basso, ma in alto), sia il riassunto o il sommario (per cui kephalaiòo significa anche esporre in breve, riassumere); accanto a questi significati, kephàlaion indica anche la persona principale (il «capo») e il capitale o la somma di denaro (anche kephàlaios, detto per contrapposizione agli interessi). Non a caso perciò gli antichi commentatori della Scrittura esitano fra capitulum — traduzione letterale del termine greco nel senso di «ricapitolazione» —, e capitulum nel senso passato all’italiano «capitolo», cioè sezione o sviluppo particolare all’interno d’uno svolgimento più ampio.

Dunque il raro verbo anakephalaiòo significa soprattutto portare qualcosa ad un kephàlaion, cioè ricapitolare, riassumere, compendiare, riepilogare un testo, un ragionamento o un discorso, riconducendolo alla formula fondamentale da cui possano essere dedotti o a cui possano essere ridotti, sottolineando anche gli aspetti di ripetizione quantitativa o qualitativa (una ricapitolazione è sempre, in qualche modo, una ripetizione) e di conferma che ciò comporta; al di fuori del NT significa anche scomporre o suddividere qualcosa in articolazioni interne (capitula).

Si noterà inoltre come la diatesi media metta il significato del verbo anakephalaiòo in relazione al soggetto, nella sfera dei suoi interessi: Dio ha il disegno di ricapitolarsi in Cristo tutte le cose, quelle sopra i cieli e quelle sopra la terra in lui. In Cristo il creato nella sua totalità viene da Dio unificato e rivolto verso di lui (Cristo). In questo modo ogni cosa riceve il proprio kephàlaion, la propria ricapitolazione come in una somma globale che viene «ripetuta» e confermata in Cristo. Si tratta di una azione esclusiva di Dio, che si fissa nell'evento storico di Gesù Cristo come punto di convergenza e compendio di tutto l'universo in senso spazio-temporale e come meta escatologica.

L'obiettiva complessità e oscurità del termine ha determinato una notevole incertezza nei commentatori e nei traduttori antichi e moderni circa la resa del termine in lingua latina: summatim comprehendere, (re)colligere, unire, recapitulare, restaurare, reintegrare e, da ultimo, instaurare. Oltre alla Vulgata, nell'antichità saranno Mario Vittorino e Agostino ad adottare quest'ultima locuzione. Essa tuttavia — nel momento in cui il traduttore doveva rendere una serie di espressioni provenienti per lo più dai libri storici, e sporadicamente da quelli sapienziali e profetici — oltre all'idea di riassumere, compendiare che già abbiamo visto in Rm 13, 9 ed Ef 1, 10, e che puntualmente ritroviamo nella versione latina, assunse un ampio ventaglio supplementare di significati: ripristinare o riorganizzare (1Re 20,25; 2Cr 35, 20); restaurare, riparare, mantenere, ricostruire, fortificare/rafforzare o aggiustare (2Re 12, 5-8. 12. 14; 22, 5-6; 1 Cr 26, 27; 2 Cr 24, 4. 12. 27; 29, 3; 32, 5; 33, 3. 16; 34, 8. 10; Esd 4, 13. 16; 5, 3. 9; Gb 29, 20; Is 61, 4; Ger 19, 11; Ez 36, 10. 33; Am 9, 11); rinnovare (Gb 10,17) e ricercare (Qo 3, 15).

La sommaria analisi filologica fin qui condotta ci ha mostrato come sia solo fra il III e il V secolo che instaurare si sia caricato di significati eccedenti e originariamente estranei al verbo anakephalaiòo (che, più correttamente, la neo-Vulgata traduce oggi con recapitulare), il quale escludeva sia la visione teologica della ricostituzione di un tutt'uno o dell'antico ordine, come pure l'idea dell'insediamento di Cristo come capo del tutto.



2. Chiesa e società alle soglie del XX secolo

Era tuttavia carico di questi ultimi significati che il lemma paolino giungeva a Pio X.

Ad accentuare in tale senso l'interpretazione del motto gravava inoltre il quadro culturale, sociale e politico dell'epoca, ma anche quello intraecclesiale, ereditato dal predecessore Leone XIII.

L'ultimo quarto del XIX secolo era infatti caratterizzato da una notevole spinta anticlericale, presente sia all'interno dell'opinione pubblica, sia nell'azione dei governi, intimamente legata allo sviluppo degli stati nazionali.

Da un lato, infatti, volgeva al termine la cosiddetta «età liberale» — non tanto nelle sue espressioni politiche di carattere costituzionale e parlamentare, quanto piuttosto la sua espressione «dottrinaria», legata al dibattito circa i limiti e le forme del potere politico e delle garanzie da prestare agli individui e ai gruppi sociali — a favore di posizioni decisamente sempre meno garantiste e sempre più legate ad una sostanziale protezione dell'espansione industriale in corso e dell'imperialismo coloniale. Accanto e in connessione con questi fenomeni andava inoltre crescendo una concezione autoritaria e antidemocratica della politica, contraria alle prospettive liberal-democratiche e socialiste e favorevole a governi élitari e di carattere marcatamente nazionalistico e militarista.

Sul versante culturale, la diffusione del positivismo offriva alle spinte anticlericali una «nobilitazione» filosofica e il supporto di una visione organica dell'uomo e dell'universo, che della scomparsa della religione e delle Chiese faceva il presupposto per la liberazione dello spirito umano e per la ricostruzione della società su base scientifica. Paradossalmente, proprio questo programma — che, per garantire un progresso ordinato, necessitava di una uniforme ideologia sociale, da garantire e tutelare attraverso una serie di iniziative e strumenti, prima fra i quali la scuola — andavano ad accentuare ulteriormente le istanze antiliberali e reazionarie dell'epoca.

Un terzo elemento da considerare è infine la diffusione del movimento socialista. Con la fine della prima Internazionale aveva preso avvio un processo di «disseminazione» dell'ideologia socialista, principalmente attraverso la fondazione dei partiti operai nazionali e una serie di azioni volte alla conquista di maggiori libertà democratiche, alla tutela delle condizioni dei lavoratori e al conseguimento di diritti associativi e sindacali che avevano come obiettivo fondamentale la trasformazione della società borghese in una società senza classi. Da parte sua, la «grande depressione» degli anni 1873-1896 — caratterizzata da una significativa irregolarità dello sviluppo economico e dalla presenza di cicliche crisi — da un lato sanciva la fine delle teorie liberiste, mentre dall'altro si sovrapponeva alla nuova stagione che caratterizzava la realtà dell'industria. Se il potenziamento dei processi produttivi aveva comportato l'espansione dell'industria in aree finora escluse, la trasformazione tecnologica aveva dato vita non solo a fenomeni di rinnovamento e di ampliamento, ma aveva altresì provocato — con la richiesta di una maggiore specializzazione e qualificazione della forza-lavoro — una spaccatura all'interno del mondo operaio; analogamente, l'appoggio fornito dai governi all'ambito industriale e commerciale aggravava la decandenza dell'agricoltura e si risolveva in un ulteriore indebolimento delle masse contadine, che in tal modo diedero luogo a massicci fenomeni di emigrazione interna ed esterna. Il mondo operaio e contadino erano perciò fatti segno di una attiva propaganda socialista e anche anarchica, contro cui si verificò una singolare convergenza tra la Chiesa e i governi nazionali — tradizionalmente avversari —, che trovò espressione nella condanna ecclesiastica delle dottrine socialiste e nell'attività repressiva, come pure nello sviluppo di iniziative di assistenza e di educazione a favore del proletariato e negli interventi di riformismo sociale.

All'interno della Chiesa, la lotta contro lo stato liberale aveva sì costituito uno stimolo dal punto di vista della coesione interna, dell'attività e della vivacità, ma ne aveva altresì provocato una sostanziale estraneità al contesto sociale, politico e culturale appena descritto.

Si era così verificata una «concentrazione» di forze e di attenzioni attorno all'istituzione ecclesiastica e all'autorità del papa come sua espressione «sintetica», considerati il presidio dell'ordine divino e della verità. Emblematiche in tali senso sono le affermazioni dogmatiche del concilio Vaticano I (1869-1870), che affermavano il diritto del papa nella Chiesa e della Chiesa nella società. D'altro canto, anche la comprensione collettiva dei cattolici ne era uscita trasformata, innervata dalla coscienza dell'autonomia e della superiorità della realtà ecclesiale rispetto alla società civile; consapevolezza che trovava espressione nella concezione di una reciproca esemplarità tra Chiesa e società civile, che peraltro i cattolici liberali — per i quali le conquiste di libertà della società civile avrebbero dovuto costituire degli esempi per la Chiesa — risolvevano in modo speculare rispetto al gruppo dei cattolici della restaurazione, secondo cui la convergenza attorno al papa aveva una funzione paradigmatica per la società civile, segnata dalla frammentazione e dalla disgregazione operate dalle «libertà» moderne.

Ai fini di una più puntuale comprensione del programma intrapreso da Pio X è interessante rilevare qualche aspetto dell'ecclesiologia di Leone XIII, mutuata dalla riflessione teologica ultramontana, in particolare quella sviluppata dal Collegio romano, e affermata principalmente nelle encicliche Satis cognitum e Divinum illud (rispettivamente del 1896 e 1897).

In essa la Chiesa non era ritenuta come una mera istituzione o società, bensì come il «corpo mistico di Cristo». È il fondamento cristico a costituirne la specificità e a costituirne la causa esemplare: la Chiesa si costituisce a immagine di Cristo, Verbo incarnato, che opera attualmente per mezzo dello Spirito. Essa è dotata dunque di un carattere umano-divino, visibile-invisibile, ed è mediante essa — prolungamento della sua umanità — che Cristo opera la sua azione santificatrice. Questa relazione fondava da un lato il fatto che l'istituzione ecclesiale fosse depositaria del complesso di poteri sacri e di mezzi di salvezza istituiti da Cristo entro la società dei fedeli; d'altro canto, essa ne sottolineava la funzione di struttura mediatrice della grazia e della verità a favore dei fedeli.

Avvalendosi di questo quadro teologico con Leone XIII uscivano decisamente rafforzati sia la rilevanza dell'autorità della Sede apostolica all'interno e all'esterno della Chiesa, sia una immagine di Chiesa come società già ora compiuta e perfetta, in qualche modo sottratta — in forza del proprio statuto di «corpo mistico» del Cristo — alle fluttuazioni della storicità ma anche al non ancora della dimensione escatologica. Ciò comportava una comprensione del rapporto Chiesa-società in termini strettamente istituzionalistici, con un ruolo fondamentale giocato dalla gerarchia della Chiesa, che a sua volta si poneva come autorità.



3. Il programma di Pio X

Questa stessa visione troviamo alla base dei primi interventi programmatici di Pio X — segnatamente, l'enciclica E supremi apostolatus cathedra (4 ottobre 1903) e l'allocuzione al Concistoro del 9 novembre 1903, come pure la lettera enciclica Iucunda sane (12 marzo 1904) per il centenario di Gregorio Magno, alle quali è strettamente connesso il motu proprio Tra le sollecitudini (22 novembre 1903) —, ed è dunque ad essi che dovremo rifarci per comprendere i fondamenti del programma Instaurare omnia in Christo e i suoi esiti in materia di musica sacra .

Fin dai primi interventi appare chiarissima la coscienza del pontefice «di quella guerra sacrilega che ora, può darsi in ogni luogo, si muove e si mantiene contro Dio» (E cathedra), cioè una sempre più grave situazione di apostasia sociale culminante in quella «enorme e detestabile scelleratezza, tutta proprietà del nostro tempo, la sostituzione cioè dell’uomo a Dio» (E cathedra):

Vediamo nei più degli uomini estinto ogni rispetto verso Iddio Eterno, senza più riguardo al suo supremo volere nelle manifestazioni della vita privata e pubblica; che anzi, con ogni sforzo, con ogni artifizio si cerca che fin la memoria di Dio e la Sua conoscenza sia del tutto distrutta. [...] Tanta infatti è l’audacia e l’ira con cui si perseguita dappertutto la religione, si combattono i dogmi della fede e si adopera sfrontatamente a sterpare, ad annientare ogni rapporto dell’uomo colla Divinità! In quella vece, [...] l’uomo stesso, con infinita temerità si è posto in luogo di Dio, sollevandosi soprattutto contro ciò che chiamasi Iddio; per modo che, quantunque non possa spegnere interamente in se stesso ogni notizia di Dio, pure, manomessa la maestà di Lui, ha fatto dell’universo quasi un tempio a sé medesimo per esservi adorato (E cathedra).


Secondo il pontefice, il rifiuto di Dio e della sua verità, e il ripudio della legge di Cristo erano perciò all'origine delle «funestissime condizioni, in che ora versa l'umano consorzio» (E cathedra):

Chi non iscorge che la società umana, più che nelle passate età, trovasi ora in preda ad un malessere gravissimo e profondo, che, crescendo ogni dì più e corrodendola insino all’intimo, la trae alla rovina? Voi comprendete, o venerabili fratelli, quale sia questo morbo: l’apostasia di Dio, di cui invero è più congiunto collo sfacelo, stante la parola del profeta: «Ecco che coloro i quali da te si dilungano, periranno» (Psal. LXXII, 26) (E cathedra);


Si è tentato nuovamente di operare quaggiù senza di lui; si è cominciato a costruire l’edificio, scartando la pietra angolare, come l’apostolo Pietro rimproverava ai crocifissori di Gesù. Ed ecco di nuovo la mole innalzata si sfascia e ricade sugli edificatori e li stritola. Ma Gesù rimane pur sempre la pietra angolare della società umana, e di nuovo si verifica che fuori di lui non c’è salvezza (Iucunda sane).


La situazione di degrado non era legata semplicemente alla presenza di posizioni eterodosse all'interno della Chiesa, quanto piuttosto di corrosive opinioni avverse, che tentavano di scalzare la Chiesa dalle fondamenta, e che si manifestano in un ampio ventaglio di ambiti: riflessione filosofica, indagine storica, fenomeni sociali e opzioni politiche. Osservava Pio X:

Oggi [...], sebbene il mondo goda una luce sì piena di civiltà cristiana [...], sembra però stanco di quella vita, che pure è stata ed è ancora fonte precipua e spesso unica di tanti beni, non soltanto passati, ma anche presenti. Né solo, come avvenne in altri tempi al sorgere delle eresie e degli scismi, taglia sé stesso fuori del tronco quasi ramo inutile, ma pone la scure alla radice prima dell’albero che è la Chiesa, e si sforza di inaridirne il succo vitale, perché la rovina di lei sia più sicura ed essa più non rigermini. In questo errore, che è il massimo del nostro tempo e la fonte da cui derivano tutti gli altri, sta l’origine di tanta perdita dell’eterna salute degli uomini e di tante rovine in fatto di religione che andiamo lamentando, e delle molte altre che temiamo ancora, se non si pone rimedio al male. Si nega cioè ogni ordine soprannaturale, e perciò l’intervento divino nell’ordine della creazione e nel governo del mondo e la possibilità del miracolo; tolte le quali cose è necessario scuotere i fondamenti della religione cristiana (Iucunda sane);


Noi, [...] attendiamo tranquilli che si sperdano al vento le tante voci che ci gridano intorno che la chiesa cattolica ha finito il suo tempo, che le sue dottrine sono per sempre tramontate, che da qui a poco essa si vedrà condannata o ad accettare i pareri della scienza e della civiltà senza Dio o a sparire dall’umano consorzio (Iucunda sane).


Sulla scorta del magistero di Leone XIII, Pio X è portatore di una concezione unitaria della realtà umana, fondata sull'idea di un ordine divino del mondo: non a caso egli lamenta la negazione del «principio soprannaturale»:

Si rinnega [...] ogni ordine soprannaturale, e perciò l’intervento divino nell’ordine della creazione e nel governo del mondo e la possibilità del miracolo; tolte le quali cose è necessario scuotere i fondamenti della religione cristiana (Iucunda sane).


L'universo si regge pertanto su un ordine oggettivo — nel quale la creatura è ultimamente tutta dipendente da Dio — e una struttura gerarchica della creazione, che sono espressione della sovranità e della provvidenza di Dio:

[La vita] soprannaturale delle anime, questa racchiude in sé e rafforza tutte le altre energie della vita, anche solo di ordine naturale (Iucunda sane);


Può l’uomo, abusando della sua libertà, violare il diritto e la maestà del Creatore dell’universo; ma la vittoria sarà sempre di Dio; ché, anzi, allora è più prossima la disfatta, quando l’uomo, nella lusinga del trionfo, si solleva più audace (E cathedra);


Le arti [...] richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita (Iucunda sane).


Parallelamente, la società — che gode di una analoga strutturazione — è integralmente sottomessa a Dio. Essa si configura come una realtà etica, dotata di un ordine costitutivo di verità e di moralità, e con un assetto gerarchico. La società non è finalizzata al bene individuale e semplicemente materiale dei membri:

Sbagliano gravemente coloro, che nell’occuparsi del pubblico bene [...] promuovono sopra ogni cosa il benessere materiale del corpo e della vita, tacendo affatto del loro bene spirituale e dei doveri gravissimi che ingiunge la professione cristiana. Non si vergognano di coprire talvolta quasi con un velo certe massime fondamentali dell’evangelo, per timore che altrimenti la gente rifugga dall’ascoltarli e seguirli (Iucunda sane),


bensì al bene totale dell'uomo — cioè, in ultima analisi, Dio e la beatitudine eterna — e alla sua perfezione morale, cioè ad una vita condotta secondo virtù, la prima delle quali è l'obbedienza alle leggi divine e umane:

Nella docilità dei prìncipi e dei popoli alla sua parola [di Gregorio Magno] il mondo riconquistava la salute vera e si rimetteva nella via della civiltà, tanto più nobile e feconda di beni, quanto meglio era fondata sui dettami inconcussi della ragione e della disciplina morale e traeva ogni forza dalla verità divinamente rivelata e dalle massime dell’evangelo (Iucunda sane);


Nelle discipline morali, poiché il divin Redentore ci propone quale modello supremo di perfezione il suo Padre celeste (Mt 5, 48), cioè la bontà stessa divina, chi non vede quanto impulso ne venga all’osservanza sempre più perfetta della legge naturale iscritta nei cuori, e quindi al sempre maggiore benessere dell’individuo, della famiglia, della società tutta? (Iucunda sane).


Vera civiltà è dunque quella retta dai principi delle verità di fede e dalle norme morali della rettitudine e della giustizia: è questo comune patrimonio di verità e di valori a costituire il fondamento non solo del vincolo sociale, ma anche delle sue espressioni: la giustizia e la pacifica convivenza:

Chi è infatti, venerabili fratelli, che non abbia l’animo costernato ed afflitto nel vedere la maggior parte dell’umanità, mentre i progressi della civiltà meritamente si esaltano, combattersi a vicenda cosi atrocemente da sembrar quasi una lotta di tutti contro tutti? Il desiderio della pace si cela certamente in petto ad ognuno e niuno è che non l’invochi con ardore. Ma voler pace, senza Dio, è assurdo; stanteché donde è lontano Iddio, esula pur la giustizia; e tolta di mezzo la giustizia, indarno si nutre speranza di pace. «La pace è opera della giustizia» (Is. XXXII, 17). Non pochi sono, lo sappiamo bene, che, spinti da questa brama di pace, cioè dalla tranquillità dell’ordine, si raggruppano in società e partiti, che chiamano appunto partiti d’ordine. Speranza e fatiche perdute! Il partito dell’ordine, che possa di fatti ricondurre la pace nella turbazione delle cose non è che un solo: il partito di Dio (E cathedra);


Tolto il principio che nulla di divino esiste oltre questo mondo visibile, assolutamente non c’è più ritegno alcuno alle sbrigliate passioni, anche più basse e indegne, donde asserviti gli animi si abbandonano a disordini d’ogni specie. [...] Voi ben vedete, venerabili fratelli, come veramente trionfi dappertutto la peste dei depravati costumi, e come l’autorità civile, laddove non ricorra agli aiuti dell’anzidetto ordine soprannaturale, non sia affatto capace di frenarla. Anzi l’autorità non sarà capace di sanare gli altri mali, se si dimentica o si nega che ogni potere viene da Dio. Il freno unico d’ogni governo è allora la forza; la quale però, né costantemente si adopera, né sempre può aversi alla mano; perciò il popolo si va logorando come per un occulto malessere, d’ogni cosa è scontento, proclama il diritto di agire a suo arbitrio, attizza le ribellioni, suscita le rivoluzioni degli stati, talvolta turbolentissime, mette sottosopra ogni diritto umano e divino. Tolto di mezzo Dio, ogni rispetto alle leggi civili, ogni riguardo alle istituzioni anche più necessarie viene meno; si disprezza la giustizia, si calpesta la stessa libertà proveniente dal naturale diritto; si giunge perfino a distruggere la compagine stessa della famiglia, che è il fondamento primo e inconcusso della compagine sociale (Iucunda sane).


La Chiesa stessa è inserita e sottomessa a questo ordine universale di verità e di moralità, di cui Dio è il vertice: essa, dipendente come la società civile dalla legge eterna e naturale, è tuttavia al tempo stesso garante e promotrice di questo ordine:

Appoggiati nella virtù di Dio, proclamiamo di non avere, nel Supremo Pontificato, altro programma, se non questo appunto di «ristorare ogni cosa in Cristo» (Eph. I, 10) cotalché sia «tutto e in tutti Cristo» (Coloss. III, 11). [...] Noi altro non vogliamo essere, né col divino aiuto altro saremo dinanzi alla società umana, se non il Ministro di Dio, della cui autorità siamo depositarî. Gli interessi di Dio saranno gli stessi Nostri; pei quali siamo risoluti di tutte spendere le Nostre forze e la vita stessa. Per lo che, se alcuno da Noi richiede una parola d’ordine, che sia espressione della Nostra volontà, questa sempre daremo e non altra: «Restaurare ogni cosa in Cristo» (E cathedra);


Non possiamo fare a meno di ricordare a tutti, grandi e piccoli, [...] la necessità assoluta di ricorrere a questa Chiesa per avere la salute eterna, per battere la diritta via della ragione, per nutrirsi della verità, per conseguire la pace e la stessa felicità di questa vita terrena. [...] Soltanto la carità della Chiesa e l’unione con essa «unisce la divisione, riordina ciò che è confuso, tempera le ineguaglianze, compie le imperfezioni». Fermamente è da ritenere che nessuno può con rettitudine governare le cose terrene, se non sa trattare le celesti, e che «la pace degli stati dipende dalla pace universale della Chiesa» (Iucunda sane).


Ecco perché la Chiesa è madre della civiltà: è attraverso la missione della Chiesa — principio di conservazione dei benefici della redenzione — che l'annuncio cristiano dà vita a una società dotata di un ordinamento stabile e giusto:

[Al tempo di Gregorio Magno] i popoli, sebbene rozzi, ignoranti, privi ancora di ogni civiltà, erano però avidi di vita. Nessuno poteva loro darla, se non Cristo per mezzo della Chiesa [...]. Ed ebbero veramente la vita e abbondante, appunto perché dalla Chiesa non potendo venire altra vita se non quella soprannaturale delle anime, questa racchiude in sé e rafforza tutte le altre energie della vita, anche solo di ordine naturale (Iucunda sane).


È pertanto in forza di questo vitale legame intercorrente fra Chiesa e società che la Chiesa ha un ruolo ineliminabile nella costruzione della civiltà.

Di conseguenza, dato che le forze ideali e morali del cattolicesimo erano il solo rimedio a tale situazione di degrado, ciò istruiva un preciso itinerario di ritorno a Dio:

Questo richiamo degli uomini alla maestà ed all’impero di Dio, per quanto ci adoperiamo, mai non si otterrà se non per mezzo di Gesù Cristo. "Niuno, così ce ne avverte l’Apostolo, può porre altro fondamento all’infuori di quello che è stato posto, che è Gesù Cristo" (I Cor. III, 11). [...] Dal che consegue, che instaurare le cose tutte in Cristo e ricondurre gli uomini alla soggezione a Dio è uno stesso ed identico scopo. Qua pertanto fa mestieri volgere le nostre cure a ricondurre l’uman genere sotto l’impero di Cristo; con ciò solo, lo avremo ricondotto anche a Dio. [...] Ora quale sia il cammino per giungere a Cristo, non è d’uopo di ricercarlo: è la Chiesa. [...] Scorgete adunque, o Venerabili Fratelli, quale sia in fine il dovere che a Noi parimenti ed a voi venne imposto: richiamare alla disciplina della Chiesa il consorzio umano allontanatosi dalla sapienza di Cristo; la Chiesa, a sua volta, lo sottometterà a Cristo e Cristo a Dio (E cathedra).


A questo punto è ormai evidente come il lemma paolino che costituiva il motto di Pio X — perduta la dimensione escatologica e acquistate connotazioni più marcatamente «restauratrici» ed ecclesiocentriche — avesse ormai subito una significativa reinterpretazione.

Il proposito «di volere ad ogni costo difendere i diritti e le prerogative, onde il pontificato romano è custode e vindice innanzi a Dio e innanzi agli uomini» (Iucunda sane) prendeva in tal modo forma attraverso una precisa serie di obiettivi in ambito sociale, da raggiungere avvalendosi di una serie di collaboratori e di strumenti: l'episcopato, i sacerdoti, in particolare quelli novelli, i seminari, la catechesi e l'insegnamento religioso e la formazione, i singoli fedeli e le associazioni cattoliche, non disgiunte da uno stile pastorale caritatevole, paziente e benevolo, da un'autentica testimonianza cristiana e da una solida qualità della vita spirituale dei credenti, chierici o laici.



4. Arte sacra e musica sacra

È sulla base di questa Weltanschauung che trova un corretto significato la questione dell'arte sacra e, in particolare, della musica sacra. Afferma Pio X nell'enciclica Iucunda sane (1904):

Nulla è cambiato nella vita della Chiesa. Essa ha ereditato dal suo divin Fondatore la virtù di offrire a tutti i tempi, sebbene diversi fra loro, quanto è richiesto, non solo al bene spirituale delle anime, ciò che è proprio della sua missione, ma anche quanto giova al progresso della vera civiltà, ciò che da quella missione discende come naturale conseguenza. Non è infatti possibile che le verità dell’ordine soprannaturale, onde la Chiesa è depositaria, non promuovano altresì tutto ciò che è vero, buono e bello nell’ordine naturale, e questo con tanta maggiore efficacia, quanto più tali verità si riferiscono al principio supremo di ogni verità, bontà e bellezza, che è Dio (Iucunda sane).


È in forza della propria missione che la Chiesa, depositaria e comunicatrice delle verità di fede e della legge di Cristo, promuove non solo il conseguimento dei beni eterni ma, in conseguenza del proprio ruolo di «madre di civiltà» promuove anche tutto ciò che contribuisce allo sviluppo della civiltà stessa: in primis, come abbiamo visto, la realizzazione di un preciso modello sociale ordinato, stabile e giusto ma anche, più in generale, a partire dai principi della verità rivelata, «tutto ciò che è vero, buono e bello nell'ordine naturale».

La triade «vero, buono e bello» trova così concretizzazione ed esemplificazione nella scienza umana, illuminata e orientata dalla Rivelazione; nelle discipline morali, per cui, ispirandosi alla Rivelazione, trova compimento anche la legge naturale; e nell'arte:

Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita (Iucunda sane).


L'arte — afferma il pontefice — vive dell'idea: l'opera d'arte è ciò attraverso cui l'idea si esprime e si mostra, ciò in cui l'idea si realizza. In qualche modo, dunque, l'opera d'arte vive dell'idea. E ciò avverrà in modo tanto più adeguato (cioè tanto più l'opera d'arte sarà bella, vale a dire conforme all'idea che «dice») quanto più l'arte avrà davanti a sé Dio e quanto più si allontanerà da ciò che è volgare per contenuto e per concezione.

Anzi — sebbene l'arte, al pari di qualsiasi altra attività propriamente umana, goda di una propria dignità e di una propria autonomia — è proprio il fatto di tener presente l'«idea» di bellezza, che è Dio (causa della bellezza della natura), che costituisce la condizione di possibilità dell'eccellenza di un'opera d'arte, cioè della sua conformità in sommo grado all'idea di cui è manifestazione («richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio [...] più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea»).

È evidente il parallelismo con la concezione — di stampo chiaramente tomista — della civiltà sopra delineato: come vera civiltà (che realizza il bene ultimo dei suoi membri, allontanandosi dal materialismo e dall'individualismo) è quella retta dalle verità di fede e dalle norme morali, così vera arte (che esprime in modo efficace l'idea, allontanandosi da ciò che è volgare) è quella che fa riferimento a Dio come principio e causa della bellezza, dal quale viene illuminata e orientata.

A questo stesso schema di comprensione soggiace anche, nel pensiero di Pio X, la scienza: vera scienza è quella che pregiudizialmente non nega l'ordine e i principi soprannaturali, e che perciò si fonda su presupposti veri. La vera ricerca scientifica — pienamente legittima e autonoma nel rispetto del proprio oggetto specifico e nel quadro di uno statuto metodologico criticamente valido— se sviluppata in modo rigoroso conduce ad acquisizioni certe, e non è pertanto di ostacolo alla fede, bensì la rafforza e la difende.

Queste osservazioni ci permettono di comprendere lo statuto dell'arte sacra. L'arte sacra è la vera arte (cfr. Inter sollicitudines, n. 2), nel senso sopra detto, posta a servizio del culto:

Il solo principio di adoperarle [le arti] a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana (Iucunda sane; cfr. Inter sollicitudines, 5).


Anzi, l'arte sacra rappresenta il vertice della vera arte (tanto che, con un'intenzionale inversione che si spiega sulla base del presupposto teologico in precedenza descritto, l'arte sacra diviene il fondamento di quella profana), perché offre a Dio quanto vi sia di più eccellente e degno di lui, e perciò di più prezioso, di più tecnicamente perfetto, di più esteticamente raffinato.

Metterà conto di precisare qui come Pio X non sia tributario — tanto nel motu proprio «Tra le sollecitudini» del 1903 quanto nell'enciclica Iucunda sane del 1904, che ad esso esplicitamente si richiama — di una concezione moderna della coppia sacro-profano, quale è recepita oggi dalle discipline antropologiche, etnologiche e storico-religiose. Infatti — come gli studi di mons. Moneta Caglio, di mons. Romita, di p. Bauducco e, da ultimi, di don Valentino Donella e di p. Pagano hanno ormai definitivamente acclarato — il motu proprio del 1903 si fondava sullo Studio presentato nel 1894 dall'allora patriarca Sarto alla Congregazione dei riti. Quest'ultimo era stato redatto l'anno precedente (1893), probabilmente sulla base di una consultazione di esperti, da p. De Santi (dal 1887 al 1894 collaboratore de «La civiltà cattolica» in materia di restaurazione della musica sacra), e nel 1895 ne sarebbe scaturita la lettera pastorale Le feste centenarie del card. Sarto.

Dato che il significato moderno dei termini sacro-profano («sacro» come ciò che è separato, che si nasconde, che si deve sottrarre alla vista, che è «differente» e straordinario, e «profano» come ciò che è fuori dell'ambito del sacro) risale, da un lato, agli studi di H. Hubert e M. Mauss editi a partire dal 1897 e, dall'altro, a quelli di N. Söderblom, R. Otto, G. van der Leeuw comparsi dal 1916 in avanti, è impossibile attribuire questa concezione — anche nelle sue forme iniziali — al pensiero del pontefice.

Più semplicemente, nei documenti che stiamo esaminando, «sacro» assume la valenza di «destinato al culto» e «offerto a Dio», mentre «profano» designa ciò che è privo di tale destinazione cultuale e divina. Entrambi i termini, tuttavia, applicati all'arte, designano modalità differenti e gerarchicamente ordinate dell'arte vera, fondata su Dio come principio e causa della bellezza.

Quando l'arte abbandona questo riferimento si falsifica, divenendo «volgare» nella concezione e nei contenuti, allo stesso modo in cui diviene fallace quella civiltà che pretende di fondarsi su un ordine puramente umano, e come è falsa quella scienza che nega i principi soprannaturali e tutto ciò che vi è connesso o conseguente.

Nell'enciclica Iucunda sane, il successivo riferimento al motu proprio del 1903 ci permette ci comprendere come le indicazioni offerte a proposito del canto e della musica sacra avessero nella mente di Pio X un valore paradigmatico per tutte le altre arti, confermando nel contempo la comprensione che siamo venuti delineando:

Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la Chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto (Iucunda sane).


È il riferimento a Dio e alle verità di fede (così pare di dover intendere l'espressione «sublime ideale») a costituire il movente perché l’umanità dia vita a splendide opere d'arte — siano esse di natura architettonica o figurativa, musicale o letteraria — che, poste a servizio del culto divino, non sono autoreferenziali né esclusivamente decorative, ma aprono i fedeli all'incontro con l'Altro e sono veicolo di autentica spiritualità.



5. Il motu proprio «Tra le sollecitudini»

Sullo sfondo di questa concezione ministeriale dell'arte sacra, il caso della musica assurge pertanto a caso esemplare nella concezione e nella regolamentazione di essa.

Se dunque l'arte sacra non è ars gratia artis, ma arte vera posta a servizio del culto, è questo fine a dettare i criteri interpretativi («anche presso persone autorevoli e pie v’ha una continua tendenza a deviare dalla retta norma, stabilita dal fine, per cui l’arte è ammessa al servigio del culto»: Inter sollicitudines, proemio; cfr. anche n. 5). Per questo anche la «musica moderna» — che è vera arte (cioè manifesta Dio come principio e fondamento della bellezza) — pur avendo storicamente una destinazione extracultuale, non è sostanzialmente estranea al culto e non è aliena dal subire una destinazione liturgica, che ne determina anche la forma:

La Chiesa ha sempre riconosciuto e favorito il progresso delle arti, ammettendo a servizio del culto tutto ciò che il genio ha saputo trovare di buono e di bello nel corso dei secoli, salve però sempre le leggi liturgiche. Per conseguenza la musica più moderna è pure ammessa in chiesa, offrendo anch’essa composizioni di tale bontà, serietà e gravità, che non sono per nulla indegne delle funzioni liturgiche. Nondimeno, siccome la musica moderna è sorta precipuamente a servigio profano, si dovrà attendere con maggior cura, perché le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono in chiesa, nulla contengano di profano, non abbiano reminiscenze di motivi adoperati in teatro, e non siano foggiate neppure nelle loro forme esterne sull’andamento dei pezzi profani (Inter sollicitudines, n. 5; cfr. anche n. 6).


Gli abusi — cioè uno snaturamento di essa — si verificano nel momento in cui non viene rispettata tale destinazione della musica sacra:

È da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella (Inter sollicitudines, n. 23).


Per questo il motu proprio intendeva operare una chiarificazione, fornendo indicazioni certe in merito, segnalando i principi regolatori e costituendo — secondo la prospettiva dell'epoca — una silloge normativa di riferimento («quasi codice giuridico») contro possibili abusi.


La prospettiva di fondo del motu proprio è schiettamente pastorale, e senza dubbio si radica nell'esperienza diretta, da parte del pontefice, della forza educativa della liturgia.

Nella visione di papa Sarto la liturgia ha una eminente funzione di sostegno e di alimento della spiritualità cristiana: anticipando gli orientamenti di Lambert Beauduin e del movimento liturgico, già nella prima enciclica (E supremi apostolatus cathedra) egli aveva fra l'altro legato la realizzazione spirituale e temporale del programma Instaurare omnia in Christo al «rispetto delle cose sacre» e alla frequenza dei sacramenti; ma anche in occasione del centenario di Gregorio Magno, a pochi mesi di distanza dal motu proprio, egli ritornerà sull'esigenza di uno stretto legame tra pietà liturgica e vita cristiana.

Nella sezione iniziale del motu proprio — tanto frequentemente messa in risalto dagli studiosi del movimento liturgico quanto ignorata e negletta dai contemporanei —, Pio X per due volte descrive le motivazioni che determinano il suo intervento:

Tra le sollecitudini dell’officio pastorale, non solamente di questa Suprema Cattedra, che per inscrutabile disposizione della Provvidenza sebbene indegni occupiamo, ma di ogni Chiesa particolare, senza dubbio è precipua quella di mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio, dove gli augusti misteri della religione si celebrano e dove il popolo cristiano si raduna, onde ricevere la grazia dei Sacramenti, assistere al santo Sacrificio dell’Altare, adorare l’augustissimo Sacramento del Corpo del Signore ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa nella pubblica e solenne officiatura liturgica. Nulla adunque deve occorrere nel tempio che turbi od anche solo diminuisca la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che dia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che direttamente offenda il decoro e la santità delle sacre funzioni e però sia indegno della Casa di Orazione e della maestà di Dio (Inter sollicitudines, proemio);


Crediamo Nostro primo dovere di alzare subito la voce a riprovazione e condanna di tutto ciò che nelle funzioni del culto e nell’oflìciatura ecclesiastica si riconosce difforme dalla retta norma indicata. Essendo infatti Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti, è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio, dove appunto i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima ed indispensabile fonte, che è la participazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa (Inter sollicitudines, proemio)


Disposti in sinossi, i due brani — ove si eccettui una lieve inversione di periodi nel secondo passo per accentuare la riprovazione degli abusi — mostrano un parallelismo e una complementarità pressoché perfetti:


Tra le sollecitudini dell’officio pastorale, […]

senza dubbio è precipua quella di mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio,

dove gli augusti misteri della religione si celebrano

e dove il popolo cristiano si raduna,

onde ricevere la grazia dei Sacramenti, assistere al santo Sacrificio dell’Altare, adorare l’augustissimo Sacramento del Corpo del Signore

ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa nella pubblica e solenne officiatura liturgica.

Nulla adunque deve occorrere nel tempio che turbi od anche solo diminuisca la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che dia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che direttamente offenda il decoro e la santità delle sacre funzioni e però sia indegno della Casa di Orazione e della maestà di Dio.

* [Crediamo... indicata].

Essendo infatti Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti,

è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio,

dove appunto i fedeli si radunano

per attingere tale spirito dalla sua prima ed indispensabile fonte,

che è la participazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa.

* Crediamo Nostro primo dovere di alzare subito la voce a riprovazione e condanna di tutto ciò che nelle funzioni del culto e nell’officiatura ecclesiastica si riconosce difforme dalla retta norma indicata.


Poiché tra le preoccupazioni principali del ministero episcopale vi deve essere quello per la qualità della vita spirituale dei fedeli, in modo tale che essa rifiorisca e perduri, ciò comporta una cura peculiare per la promozione e la tutela del decoro (successivamente esplicitato con il binomio «santità e dignità») dei luoghi di culto e — interpretando la parola «tempio» come metonimia — del culto stesso che vi si svolge.

Il tempio appare caratterizzato come «casa di Dio» e nel contempo come domus Ecclesiae, perché non solo qui si celebrano «i misteri della religione» (vale a dire gli eventi di salvezza), ma perché vi si raduna il popolo cristiano.

I motivi di tale radunarsi vengono descritti in un modo assai articolato, che sembra dapprima collocare il popolo cristiano riunito nella domus Dei per il culto in una posizione di passività e di distacco rispetto all'azione liturgica (ricevere la grazia dei sacramenti, assistere alla celebrazione eucaristica, adorare l’Eucaristia), sottolineando tuttavia il tema della partecipazione attiva ai riti liturgici — ai cui fini il canto è uno strumento importante (cfr. Inter sollicitudines, n. 3) — come sorgente della spiritualità cristiana.

L'esigenza di far fronte ad una stagione ecclesiale di precarietà e di degrado conduceva Pio X a mettere al primo posto la pietà liturgica come strumento di rinnovamento spirituale. In tema di rapporto fra liturgia e vita spirituale, di non pochi stimoli era fonte la riflessione del contemporaneo dom Columba Marmion (1858-1923), che andava sottolineando l'esigenza di recuperare l'accesso dei fedeli alla pratica liturgica perché la liturgia potesse innervarne e orientarne l'esperienza spirituale.

D'altro canto, è evidente come il documento non si curi di elaborare o di affrontare, ma semplicemente supponga, una riflessione sulla natura della liturgia, riletta peraltro entro le categorie cerimoniali di «culto pubblico» e di «preghiera ufficiale» esercitate dalla Chiesa e finalizzate alla glorificazione di Dio e alla santificazione dei fedeli (cfr. Inter sollicitudines, n. 1), che per giunta pare supporre come forma tipica quella solenne, caratterizzata da un'ampia articolazione di ministeriale e con il canto dell'ordinario e del proprio da parte del celebrante e dei ministri (cfr. Inter sollicitudines, proemio e nn. 7, 12).

In tal modo però non viene adeguatamente risolto lo iato fra azione rituale e suo contenuto (i riti sono celebrazione — l'impersonale «si celebrano» ne sottolinea l'oggettività, sganciando i riti da un qualsiasi soggetto celebrante [cfr. Inter sollicitudines, nn. 12, 22] — degli «augusti misteri della religione», sono veicolo che comunicano «la grazia dei sacramenti» ai fedeli, i quali nella messa assistono «al santo sacrificio dell’altare» e adorano «l’augustissimo sacramento del corpo del Signore»: Inter sollicitudines, proemio).

Analogamente e di conseguenza, non appare ben risolto il tema della partecipazione dei fedeli ai riti: celebrazione e popolo appaiano ancora come realtà staccate («la Casa di Dio, dove gli augusti misteri della religione si celebrano e dove il popolo cristiano si raduna, onde ricevere la grazia [...], assistere [...] ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa»), si rileva una significativa oscillazione fra «assistere» e «partecipare attivamente» (Inter sollicitudines, proemio), che probabilmente fatica ancora a concepire la pietà liturgica come non esclusivamente mentale. Nel caso del canto, questo si risolve nell'oscillazione del testo fra «ascoltare» e «prendere parte» (Inter sollicitudines, proemio; cfr. anche nn. 2, 3, 9, 12, 21) e in una indeterminazione del ministero liturgico della schola, che — nella sezione del documento che riguarda i cantori — pare addirittura sostituire in toto il popolo (cfr. Inter sollicitudines, nn. 12-14, 27).

Atteso dunque il valore spirituale della liturgia e le motivazioni specifiche che, in quel preciso contesto storico, ne raccomandavano la valorizzazione, il pontefice prosegue riproponendo la propria visione di arte sacra come arte vera posta a servizio della liturgia — e perciò dotata di caratteri di eccellenza — e raccomandando che nei luoghi di culto e nel culto stesso nulla vi sia di indegno del luogo di culto e di Dio stesso per il fatto di ledere il decoro e la santità dell'azione liturgica (che, in tal modo appare attratta nell'orbita dell'arte sacra), di ostacolare l'affectus religioso (pietà o devozione) dei fedeli, nonché di costituire un ragionevole motivo di ripulsa (cioè un disgusto o uno scandalo, da provare su basi razionali).



6. Liturgia e musica

È a partire da questi presupposti che il motu proprio prende sviluppo, delineando a partire da alcuni principi di ordine generale (nn. 1-2) le conseguenze di ordine tecnico-compositivo (generi di musica, testi da musicare, forma delle composizioni: nn. 3-10), di ordine ministeriale (cantori, strumentisti e strumenti: nn. 12-23), indicazioni per l'applicazione dell'Istruzione (nn. 24-29).

Ricalcando sostanzialmente la definizione data dal Muratori («Liturgia est cultus Ecclesiae tum ad Dei honorem testandum, tum ad ipsius in nihomines beneficia derivanda»), Pio X definisce la liturgia come finalizzata alla glorificazione di Dio e alla santificazione dei fedeli (cfr. Inter sollicitudines, n. 1).

La musica sacra, in forza della posizione ministeriale di cui godono tutte le arti sacre, ne costituisce parte integrante. Essa partecipa perciò dei medesimi fini (cioè vi è ontologicamente connessa, e ne costituisce una manifestazione percepibile) e inoltre, sempre in forza del proprio statuto di arte vera a servizio del culto e «offerta» a Dio, contribuisce alla dignità delle azioni rituali, anch'esse in qualche modo, come abbiamo visto, inscritte nel quadro delle «opere d'arte»:

La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli. Essa concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche (cfr. Inter sollicitudines, n. 1).


In sé considerata, la musica sacra ha inoltre una funzione peculiare, che è quella di potenziare l'efficacia della parola liturgica («ne determina maggiormente il suono, la melodia e il ritmo con quell'efficacia che è propria di ogni arte bella», aveva scritto De Santi ne «La civiltà cattolica» [1888, fasc. 3, p. 654; cfr. anche 1888, fasc. 1, p. 304]), peraltro in buona parte costituita da un fitto tessuto scritturistico, per risvegliare la devozione dei fedeli:

E siccome suo officio principale è di rivestire con acconcia melodia il testo liturgico che viene proposto all’intelligenza dei fedeli, così il suo proprio fine è di aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo (Inter sollicitudines, n. 1).


Interessante anche la notazione relativa all'intelligentia del testo da parte dei fedeli: i fedeli — come verrà ripetuto anche nel n. 9 a proposito del canto dei testi liturgici — debbono «entrare» (intus-ire) nel testo loro proposto, cioè meglio penetrarne il senso, perché la loro devozione (l'orientamento verso Dio) ne sia sollecitata e favorita, e dunque perché siano poste le condizioni soggettive adatte perché il fedele sia santificato dal rito:

Il suo proprio fine è di aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo, affinché i fedeli con tale mezzo siano più facilmente eccitati alla devozione e meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione dei sacrosanti misteri (Inter sollicitudines, n. 1).


È solo la vera arte musicale a poter compiere ciò, conseguendo in tal modo «quell’efficacia, che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni» (Inter sollicitudines, n. 2). Solo la musica, affermava il De Santi,

Si va svolgendo durante l'azione liturgica e non si compie se non col compiersi di questa; conciossiaché si unisce alla parola ed alla poesia liturgica con un vincolo così stretto che non può concpirsene maggiore, sollevando il testo sacro al grado di melodia ed accompagnandolo però da un capo all'altro del rito («La civiltà cattolica», 1889, fasc. 4, p. 429).


Il testo — sia per i valori di cui è portatore, sia per un rispetto in sé della normatività del libro liturgico — non deve pertanto subire alterazioni, manomissioni o frammentazioni, e deve permanere perspicuo qualunque sia la modalità esecutiva, senza distogliere l'attenzione dalle parole a favore dell'arte del cantore.

In forza della propria strettissima e indisgiungibile relazione con la liturgia e in particolare col testo liturgico (cfr. lo Studio, I, 3 e la lettera pastorale del 1895), la musica a servizio del culto ne partecipa anche le qualità:

La musica sacra deve per conseguenza possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità (Inter sollicitudines, n. 2).


La liturgia — che è il culto tributato dalla Chiesa per rendere gloria a Dio e insieme perché i fedeli consegano i frutti di salvezza — gode di santità e bontà di forme in quanto, per così dire, è «adeguata» nei suoi mezzi espressivi a tale duplice movimento ascendente e discendente; in tal senso è significativa la variante proposta dallo Studio del 1894, ove si parla di santità, bontà ed eccellenza delle forme. La liturgia è inoltre universale in forza del principio — interpretato, sulla scorta di Guéranger, in senso apologetico e disciplinare — lex orandi, lex credendi: «come una è la legge del credere, così una sia la forma della preghiera» (Studio, I, 3b).

Anche la musica sacra, allora, dovrà possedere «nel grado migliore» i medesimi caratteri.

Dovrà essere santa nelle forme, cioè — si dice — «non profana»; e, sebbene «sacro» e «santo» possano apparire sinonimi in forza della comune opposizione a «profano», in realtà esprimono (a meno di non pensare a una tautologia) due significati concentrici: se «musica sacra» equivale nel nostro caso a «musica destinata al culto» e «offerta a Dio», mentre «musica profana» è quella priva di tale destinazione e oblatività, la santità della musica sacra consiste nel suo carattere di «diversità» e di «straordinarietà» o «eccellenza» strutturale-compositiva dettato dal differente orientamento. Solo in questo senso essa escluderà quei linguaggi musicali e quelle prassi esecutive irrispettose dell'orientamento e della destinazione della musica sacra, e dunque — facendo riferimento alla situazione della fine del XIX secolo — tutto ciò che «è leggero, volgare, triviale e ridicolo, tutto ciò che è profano e teatrale, sia nella forma della composizione, sia nel modo con cui essa viene proposta dagli esecutori» (lettera pastorale del 1895).

In secondo luogo, la musica sacra dovrà essere arte vera, cioè possedere una bontà di forme. Anche in questo caso non siamo di fronte a una tautologia: se la musica sacra è arte vera posta a servizio del culto, la sua verità dovrà consistere nel possedere — al di là della pregevolezza stilistica richiesta da qualsiasi tipo di arte sacra — forme adeguate (dovrà cioè essere congruente) al raggiungimento del proprio fine specifico (il «potenziamento» della parola liturgica ordinato ai benefici spirituali da parte dei fedeli); il che poi condiziona le forme esterne che costituiscono l'oggetto dei nn. 10-11. Si noti in proposito una espressione del Catechismo cosiddetto «di Pio X»:

Le feste furono propriamente istituite per rendere a Dio in comune, nei sacri templi, il culto supremo di adorazione, di lode, di ringraziamento, di riparazione; ma in esse tutto fu così ben disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell'animo i misteri e le verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti e ad azioni corrispondenti (appendice II, I, 2).


Infine, l'universalità, tema su cui Pio X sembra distaccarsi notevolmente dalle posizioni del De Santi, secondo cui anche nel canto vi dovevano essere un'uniformità disciplinare e un superamento delle peculiarità nazionali. Il testo del motu proprio si rivela invece più complesso ed oscuro:

Pur concedendosi ad ogni nazione di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione all’udirle debba provarne impressione non buona (Inter sollicitudines, n. 2).


Cioè, pare di intendere: il rispetto della verità della musica sacra, vale a dire la sua destinazione liturgica e la sua finalità specifica richiedono il rispetto di una sorta di koinè su cui le singole Chiese locali debbano fondare eventuali espressioni musicali proprie. Ogni Chiesa locale può avere una musica sacra propria, dotata di caratteri specifici che si esprimono nelle peculiari forme esterne a livello compositivo; ma ciò deve avvenire solo a partire da un quadro universale di riferimento rispettoso dei caratteri comuni a qualsiasi composizione musicale destinata al culto.

Sarà perciò sulla base di fattori estetici e culturali che un mancato rispetto della natura della musica sacra e delle sue notae caratteristiche, darà luogo ad abusi veri e propri:

Invero, sia per la natura di quest’arte per se medesima fluttuante e variabile, sia per la successiva alterazione del gusto e delle abitudini lungo il correr dei tempi, sia per il funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale, sia pel piacere che la musica direttamente produce e che non sempre torna facile contenere nei giusti termini, sia infine per i molti pregiudizi che in tale materia di leggeri si insinuano e si mantengono poi tenacemente anche presso persone autorevoli e pie, v’ha una continua tendenza a deviare dalla retta norma, stabilita dal fine, per cui l’arte è ammessa al servigio del culto (Inter sollicitudines, n. 2).


Ed è per questo che, dal'enunciazione dei principi e dei caratteri fondamentali il motu proprio sulla musica sacra passerà a specifiche deduzioni e applicazioni, che in questa sede sarebbe eccessivo voler anche solo sommariamente passare in rassegna.



Conclusioni

Abbiamo compiuto un lungo viaggio, che dalla comprensione del valore del lemma paolino «Instaurare omnia in Christo» come ricapitolazione escatologica in Cristo dell'universo intero, ci ha condotto ad osservarne la reinterpretazione in direzione avvenuta già nell'antichità e rafforzatasi nel quadro socio-culturale ed ecclesiale della fine del XIX secolo, contrassegnato da numerosi fenomeni di contrapposizione alla Chiesa cattolica.

Se ciò costituì motivo di stimolo e di coagulazione attorno alla Sede apostolica, d'altro canto provocò un progressivo estraniamento dei cattolici dal contesto storico e soprattutto lo sviluppo di quella ecclesiologia del «Corpo mistico» che costituisce lo sfondo del programma di Pio X.

Ai crescenti fenomeni di apostaia sociale, papa Sarto oppose una visione ordinata e organica della realtà, entro la quale la stessa società era finalizzata a Dio come bene ultimo dell'uomo e alla perfezione morale; di conseguenza, vera civiltà avrebbe potuto essere solo quella — di cui la Chiesa era garante e promotrice — fondata sulle verità di fede e sulle norme morali.

Secondo questo paradigma vengono sviluppate, in parallelo, anche le questioni relative alla scienza e all'arte sacra, e in particolare alla musica sacra: come vera scienza è quella che non prescinde dai principi soprannaturali e, lasciandosene illuminare, giunge ad acquisizioni certe e che rafforzano la fede, così vera arte è quella che fa riferimento a Dio come principio e causa della bellezza, giungendo ad esprimere efficacemente l'idea.

L'arte sacra sarà dunque il vertice della vera arte, posta a servizio del culto divino, offrendo a Dio ciò che di meglio vi possa essere; la riflessione sulla musica sacra costituirà, nel pensiero di Pio X, la realizzazione paradigmatica di questa teorizzazione.

A partire da una concezione decisamente tradizionale di liturgia — culto pubblico esercitato dalla Chiesa per la glorificazione di Dio e la santificazione dei fedeli —, ma in cui già sono presenti alcuni spunti di novità, la musica sacra viene descritta come ontologicamente partecipe non solo dei fini generali della liturgia, ma anche di finalità proprie (il potenziamento della parola liturgica), nonché di caratteri perfettamente omologhi di quelli attribuiti alla liturgia: santità e bontà di forme, universalità.

La musica sacra sarà dunque autentica — cioè arte vera, in una posizione ministeriale rispetto al culto cristiano, che la unisce a sé in un legame profondo e inscindibile — nella misura in cui sarà in grado di realizzare in pienezza quei caratteri di eccellenza, di congruenza con l'azione liturgica e di equilibrio che costituiscono la fisionomia della liturgia della Chiesa.

In conclusione, crediamo che il grande guadagno della riflessione di Pio X in tema di musica sacra consista nella affermazione del principio della veritas: rispetto al proprio statuto di arte e rispetto alla liturgia di cui è ministra e di cui è parte integrante.

Non a caso Paolo VI — di cui quest'anno ricordiamo il 40° anniversario dell'elezione e il 25° della scomparsa — richiamava nel 1976 ai convenuti per il XXII Congresso internazionale di musica sacra, questo stesso principio:

Per natura sua, la musica è destinata al duplice compito di suscitare e di esprimere i più bei sentimenti del cuore umano. Quando ha la forza di elevare il cuore dell’uomo fino ad attingere qualche riflesso della bellezza e della bontà di Dio, la musica diventa sacra. Quando è anche capace di far vibrare all’unisono il popolo cristiano per cantare le lodi di Dio e per proclamare la propria fede, la musica acquista carattere liturgico e missionario: la sua voce può raggiungere il cuore di Dio e annunziare al mondo la gioiosa speranza del messaggio cristiano (Paolo VI, Lettera in occasione del XXII Congresso nazionale di musica sacra, 20 settembre 1976).




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