×

Ricerca

LA PROCLAMAZIONE «DIALOGATA» DEL VANGELO



È principalmente nel tempo di quaresima e nel triduo pasquale che la liturgia ambrosiana offre brani evangelici ampi e densi, ed è soprattutto in queste occasioni - specie nelle celebrazioni con la presenza di fanciulli - che accade di incontrare proclamazioni «dialogate», non di rado con la partecipazione di catechisti, educatori e ragazzi. Si tratta di una soluzione corretta?


1. Il ministro della proclamazione del vangelo

Anzitutto, sarà opportuno rammentare che il ministro deputato per la proclamazione del vangelo è il diacono

Nella liturgia della Parola della Messa spetta al diacono proclamare il Vangelo, secondo l'opportunità tenere qualche volta l'omelia e suggerire al popolo le intenzioni della preghiera universale (OLM2, n. 50),

oppure, in subordine, il presbitero, preferibilmente uno dei concelebranti:

In mancanza del diacono o di un altro sacerdote, legga il Vangelo lo stesso sacerdote celebrante; se poi manca anche il lettore, legge lui stesso tutte le letture (OLM2, n. 49).

Questo principio - condiviso dal rito ambrosiano - è esplicitamente ripreso nel Messale romano, laddove si delinea il pool ministeriale a cui è affidata la proclamazione della Scrittura nella liturgia:

Poiché secondo la tradizione l'ufficio di proclamare le letture non spetta al presidente ma ad uno dei ministri, conviene che, d'ordinario, il diacono, o, in sua assenza, un altro sacerdote legga il Vangelo; un lettore invece legga le altre letture. Mancando però il diacono o un altro sacerdote, leggerà il Vangelo lo stesso sacerdote celebrante (PNMR2, n. 34);

Tra i ministri ha il primo posto il diacono, il cui ordine già dagli inizi della Chiesa fu tenuto in grande onore. Nella Messa il diacono ha come ufficio proprio: l'annunciare il Vangelo e talvolta predicare la parola di Dio, proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale, servire il sacerdote, distribuire ai fedeli l'Eucaristia, specialmente sotto la specie del vino, ed eventualmente indicare all'assemblea i gesti e gli atteggiamenti da assumere (PNMR2, n. 61).

Identiche espressioni ritroviamo nel Messale ambrosiano, che pare ancor meglio sottolineare il legame sussistente tra il dato tradizionale della proclamazione delle letture affidata a un ministro e l'opportunità di affidare a un diacono o a un concelebrante, ove possibile, l'annuncio del vangelo:

Poiché secondo la tradizione l'ufficio di proclamare le letture non spetta al presidente ma ad uno dei ministri, conviene che, d'ordinario, il diacono, o, in sua assenza, un altro sacerdote legga il vangelo; un lettore invece legga le altre letture. Mancando però il diacono o un altro sacerdote, leggerà il vangelo lo stesso celebrante (PNMA2, n. 33).

Si noti che l'espressione «d'ordinario» non suppone affatto l'ipotesi che si possano dare forme straordinarie di proclamazione affidate ad altri ministri, ma - come sopra si è detto- semplicemente intende segnalare che in via ordinaria la proclamazione del vangelo non deve essere affidata a chi presiede la celebrazione eucaristica, bensì a un diacono o, in difetto, a un presbitero concelebrante (cfr. PNMR2, n. 34; OLM2, n. 49).

La nuova edizione della Institutio del Messale romano (2000) ha ribadito e ulteriormente precisato la questione, eliminando quel margine di ambiguità che la precedente norma pareva contenere:

Le letture [...] siano proclamate da un lettore; il Vangelo sia invece proclamato dal diacono o da un altro sacerdote. Se non è presente un diacono o un altro sacerdote, lo stesso sacerdote celebrante legga il Vangelo (IGMR3, n. 59).


2. La proclamazione del «Passio» nella liturgia romana

I libri liturgici affermano costantemente anche un secondo principio: se nulla vieta che più persone esercitino funzioni o siano incaricati di parti diverse appartenenti ad un medesimo ministero (ad esempio, la proclamazione delle varie letture da parte di più lettori: cfr. PNMR2, n. 71; IGMR3, n. 109; PNMA2, n. 72) e se, all'inverso, in presenza di un solo ministro, questi può «concentrare» in sé lo svolgimento di compiti diversi (cfr. PNMR2, n. 72; IGMR3, n. 110; PNMA2, n. 73), non è invece possibile suddividere fra più persone quella singola parte o quella prcisa funzione affidata ad un solo ministro.

Riprendendo e ampliando la precedente redazione (PNMR2, n. 71; cfr. PNMA2, n. 72), il nuovo Missale Romanum chiarisce infatti:

Se sono presenti più persone che possono esercitare lo stesso ministero, nulla impedisce che si distribuiscano tra loro le varie parti di uno stesso ministero o ufficio e ciascuno svolga la sua. Per esempio, un diacono può essere incaricato delle parti in canto, e un altro del servizio all'altare; se vi sono più letture, converrà distribuirle tra più lettori, e così via. Non è affatto conveniente [minime vero congruit] che più persone si dividano fra loro un unico elemento della celebrazione: per esempio che la medesima lettura sia proclamata da due lettori, uno dopo l'altro, tranne che si tratti della Passione del Signore (IGMR3, n. 109).

Nella liturgia romana, dunque, l'unica eccezione - dettata da motivi storico-liturgici - alla norma circa l'unicità del ministro della proclamazione del Vangelo figura nel Messale romano: nella domenica delle Palme, la proclamazione dialogata è prevista esclusivamente per il Passio (cfr. MRI2, Domenica delle palme e della Passione del signore, n. 22; MR3, Dominica in palmis de Passione Domini, n. 21), mantenendo invece la consueta forma rituale per l'iniziale brano evangelico dell'ingresso del Signore in Gerusalemme.

Anche recentemente, la lettera Paschalis sollemnitatis ha auspicato il mantenimento della modalità tradizionale di lettura o, preferibilmente, del canto della storia della passione:

Si provveda affinché sia cantata o letta secondo il modo tradizionale, cioè da tre persone che rivestono la parte di Cristo, dello storico e del popolo. Il «Passio» viene cantato o letto dai diaconi o dai sacerdoti o, in loro mancanza, dai lettori, nel qual caso la parte di Cristo deve essere riservata al sacerdote (PS, n. 33).

È tuttavia evidente come all'interno del rito romano tale soluzione rituale goda di una notevole eccezionalità, non solo perché essa costituisce un unicum rispetto all'intero Messale (il Lezionario medesimo, peraltro, non ne reca traccia), ma soprattutto perché di norma la proclamazione da parte di più ministri contempla nella sua forma ordinaria la presenza di diaconi o presbiteri, e solo a titolo suppletivo e straordinario («in loro mancanza», cioè in nessun caso si tratta di un diritto proprio goduto da altri ministri) il sacerdote può associare a sé dei lettori a tale scopo.

In modo analogo il rito romano si comporta per il preconio pasquale, disponendo - in mancanza di un diacono o di un presbitero idonei - che il canto ne sia affidato a un cantore o a un altro ministro (cfr. PS, n. 84).

Per nessun'altra pericope evangelica la liturgia romana ammette la lettura dialogata, e questa modalità di proclamazione non pare presa in considerazione né nel Direttorio per le messe dei fanciulli (DMF, nn. 41-49), che pure prevede numerose possibilità di adattamento dei riti, e neppure nell'apposito Lezionario per le messe con i fanciulli edito dalla CEI.

Dunque, neppure per motivi pastorali appare possibile adottare la proclamazione del Vangelo in forma drammatizzata in altra celebrazione che non sia la Domenica delle Palme.


3. E il rito ambrosiano?

Com'è noto, la Chiesa di Milano ha sempre conservato l'uso di un unico ministro per la proclamazione del vangelo, rigettando le forme di drammatizzazione adottate dalla liturgia romana (cfr. C. Alzati, Il triduo pasquale nei nuovi libri liturgici della Chiesa ambrosiana, in «Rivista liturgica», 66 [1979], p. 77).

Inoltre il Messale ambrosiano post-conciliare - già lo si è detto - condivide con il Messale romano la prospettiva dell'annuncio del vangelo come ufficio propriamente diaconale (cfr. PNMA2, n. 62), non solo nelle celebrazioni ordinarie ma anche nella sua sede più tipica, la cattedrale. Al di là dell'anomalia relativa all'articolazione ministeriale prevista per la liturgia della Parola, ove la seconda lettura è affidata a un diacono, i Riti propri della chiesa metropolitana nelle celebrazioni solenni presiedute dall'arcivescovo recitano infatti:

Normalmente, la prima lettura compete a un lettore istituito rivestito di piviale, la seconda lettura ad uno dei diaconi, il vangelo al primo dei diaconi. La processione per la proclamazione del vangelo prevede quattro diaconi, dei quali uno reca, ostendendolo, l'evangeliario, due reggono i cantari accesi ed il quarto tiene il turibolo fumigante. Il rito, cui prestano il proprio ministero esclusivamente i diaconi, vuole mettere in evidenza il momento solenne della proclamazione evangelica (PNMA2, n. 358).

Ed è proprio durante il triduo pasquale che la descrizione dei medesimi Riti mostrano in forma esemplare la preservazione del principio dell'unicità del ministro addetto alla proclamazione del vangelo:

Nella celebrazione vespertina del venerdì santo è lo stesso arcivescovo che dalla cattedra, assistito da sei diaconi, rivestito dei paramenti della messa e con la mitra in capo, proclama la lettura della passione, compiendo in tal modo la solenne commemorazione della morte del Signore (PNMA2, n. 360).


Conclusioni

In conclusione, tanto il rito romano quanto l'ambrosiano identificano nel diacono (e, in subordine, nel presbitero) il ministro proprio della proclamazione del vangelo; in secondo luogo, l'unica occasione in cui nel rito romano post-conciliare si prevede la drammatizzazione del vangelo è la proclamazione del Passio nella domenica delle Palme, che solo in assenza di diaconi e/o concelebranti - e dunque eccezionalmente - può essere affidata a dei lettori associati al presidente dell'assemblea; comunque sia, l'opzione della proclamazione «dialogata» (sia affidata a più diaconi e/o presbiteri, sia affidata al presidente dell'assemblea insieme a più lettori) appare tuttavia esplicitamente esclusa dal rito ambrosiano, tanto nel suo percorso storico quanto nelle modalità rituali assunte dal Messale oggi in uso.

L'introduzione della proclamazione «dialogata» del vangelo in celebrazioni di rito ambrosiano, allo stato delle cose appare pertanto inopportuna, o perché - quando essa è effettuata da più diaconi e/o presbiteri - altera la struttura rituale dell'annuncio del vangelo, quale è prevista senza eccezioni dal rito ambrosiano; o perché - quando viene effettuata dal presidente dell'assemblea insieme a alcuni lettori - delega, seppur in parte e occasionalmente, la proclamazione del vangelo a chi non vi è abilitato.

Come richiama il Concilio, «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, n. 28).




Sigle

CCC = Catechismo della Chiesa cattolica;

DMF = Direttorio per le messe con i fanciulli

OLM2 = Ordo lectionum Missae (II ed.);

IGMR3 = Institutio generalis Missalis romani (III ed. latina);

MR3 = Missale romanum (III ed. latina);

MRI2 = Messale romano italiano (II ed. italiana);

PNLOA = Principi e norme della Liturgia delle ore ambrosiana;

PNLOR = Principi e norme della Liturgia delle ore romana;

PNMA2 = Principi e norme del Messale ambrosiano;

PNMR2 = Principi e norme del Messale romano (II ed. italiana);

PS = Paschalis sollemnitatis;

SC = Sacrosanctum concilium;

VQA = Giovanni Paolo II, Vicesimus quintus annus