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Liturgia, storia e teologia

Nel 1940, la Sede Apostolica elevava la Scuola superiore di canto Ambrosiano e di musica sacra a Istituto superiore di studi di diritto pontificio, finalizzata «pro singulari studio Ambrosianae Liturgiae instaurandae». Un quarto di secolo più tardi, il concilio Vaticano II avrebbe delineato il rapporto fra indagine scientifica e riforma liturgica e, insieme, il carattere eminentemente storico-teologico della scienza liturgica. Il testo che segue ci aiuta a rappresentarne l'efficacia per l'oggi ecclesiale.


Passato e presente della liturgia

Quando si parla dell'opera dello storico, è normale pensare ad un individuo che si occupa del passato; cosa assolutamente inutile dato che il passato non è già più e l'uomo deve vivere nel presente. Sono i problemi del presente che hanno bisogno di risposta. I problemi del passato hanno già la loro risposta nel fatto che il passato è terminato e terminato per sempre.

È una visione ingenua della storia.

Ogni uomo, ogni società e ogni movimento è figlio del suo passato e il passato continua ad agire in lui anche senza apparire. Il passato non è mai finito.

Lo «ieri» continua a vivere larvato nell'«oggi».

Nella disciplina liturgica c'è un motivo in più per affermare questo rapporto tra il passato e il presente. Programmaticamente il concilio Vaticano II ha stabilito che le nuove forme liturgiche siano in stretta continuità con le forme già esistenti che la tradizione ha consegnato alla Chiesa. In un certo modo, che le nuove forme nascano per ispirazione e su modello della tradizione.

L'«oggi» deve nascere e organicamente svilupparsi dal «ieri»: è una delle leggi della riforma liturgica (1).

Se la liturgia di oggi deriva strettamente dalla liturgia di ieri, ne segue che la conoscenza del passato liturgico della Chiesa è anche conoscenza del presente della liturgia.

La storia della liturgia, se fatta attraverso le fonti liturgiche, è conoscenza della liturgia dell'uomo d'oggi.

È il concetto stesso espresso da H.-I. Marrou (2) che, definendo la storia come «conoscenza» e non come «narrazione», fa sì che la storia, quando si occupa del culto cristiano, sia una disciplina propriamente teologica.

La ricerca delle fonti della odierna liturgia non è quindi qualche cosa di superfluo; il fare storia nel modo suddetto coincide col fare teologia.


La liturgia è preghiera della Chiesa

Oggi come allora, i testi liturgici non sono mai frutto di un singolo autore. Sono la sovrapposizione dei contributi e degli influssi più vari, sovente anonimi. Correnti di pensiero e mentalità invalse, più che singoli autori letterariamente riscontrabili.

Un testo liturgico è la preghiera di un popolo, con la sua cultura, i suoi pregi e i suoi difetti. Nella liturgia del passato, un tale testo diviene liturgico per l'uso che ne viene fatto, non per l'autore che lo ha composto o per l'autorità che lo ha imposto.

Liturgico vuol dire celebrato e celebrato da tutto il popolo.

Non è retorico dire che il vero autore di tali testi è il popolo; nel senso di «popolo di Dio», ossia la Chiesa.

Non è un gioco di parole poichè il popolo, pur essendo «di Dio» non cessa di essere popolo.

Dire Chiesa non è dire gerarchia ecclesiastica; dire Chiesa è dire assemblea convocata alla presenza di Dio, e quindi assemblea cultuale; tale assemblea sarà gerarchicamente presieduta: è fisiologico, ma sarà sempre l'adunanza del popolo di Dio poichè anche la gerarchia fa parte del popolo di Dio.

Testi di popolo: tali sono i testi liturgici, e in essi troviamo la fede e la vita delle varie epoche. In questo modo troviamo anche la teologia delle varie epoche; ma non tanto la teologia in quanto viene elaborata da teologi professionisti. Troviamo quella teologia che, in qualche modo, è passata ed è entrata in circolazione nella vita della Chiesa; quella teologia che è divenuta la pastorale della Chiesa e, quindi, la vita della comunità.

Questo è vero dei testi più antichi.

Nei testi più recenti — fine del quarto secolo, per l'Oriente — troviamo che le cose stanno cambiando. I testi si fissano in formule venerande e sacre per la loro antichità, e scade progressivamente la rilevanza «ecclesiale» ossia «di popolo». Ora e sempre più, è la Chiesa che gestisce i contenuti e le forme di questi testi; ma questa volta «Chiesa» vuol dire gerarchia. Ed è logico e necessario che sia così.

Il problema delle eresie e il bisogno di ortodossia, base dell'unità ecclesiale, impongono nuove cautele e nuovi interessi. Dispute teologiche e definizioni dogmatiche fanno capolino nei testi e, in trasparenza, si fanno sentire.

Non ci sarebbe niente di male in tutto questo se il testo non si appesantisse e complicasse al punto da essere difficile da seguire da parte dell'intera assemblea.

Proprio studiando questo tipo di testi si vede il bisogno di riformare la liturgia di ogni Chiesa e di ogni tempo. L'opera dello storico non necessariamente serve ad allontanarlo e ad isolarlo dall'epoca in cui vive. Forse è proprio perchè storico, che la sua sensibilità diventa più acuta.


Scienza liturgica, teologia e prassi pastorale

Già abbiamo detto in che senso una ricerca storica sui testi liturgici debba essere detta anche ricerca propriamente teologica. C'è una rilevanza pastorale in questa teologia?

La risposta proviene dai lavori del concilio Vaticano II. La partecipazione attiva alla liturgia è certo un fatto pastorale; ora, il Vaticano II stabilisce che una tale partecipazione avvenga attraverso i principali riti e preghiere (3).

Per valutare bene questo principio dobbiamo rifarci alla storia della redazione del testo conciliare.

Il testo presentato in aula era diverso da quello poi approvato. Diceva: «La Chiesa si preoccupa che i fedeli non intervengano alla celebrazione del Mistero di fede come estranei o muti spettatori, ma che, comprendendo bene i riti e le preghiere, ad essi partecipino attivamente, consapevolmente e piamente» (4).

Come ben si vede, sono due le azioni che impegnano i fedeli: la prima consiste nel capire i riti e le preghiere; la seconda consiste nel partecipare, ma sempre ai riti e alle preghiere.

Nella congregazione generale decima, il 30 ottobre 1962, interviene il cardinale A. Bea chiedendo di mutare il testo in modo che la partecipazione riguardi «non solo i riti e le preghiere ma anche lo stesso Mistero di fede; non solo il fatto esterno» (5).

Si tratta quindi di partecipare alla celebrazione stessa del «mysterium fidei», non solo a quella realtà esterna che è il rito e la preghiera.

L'intervento del cardinale A. Bea venne recepito, e così il testo conciliare, ufficialmente approvato, dice: «(Non intervengano) ... come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all'azione sacra...» (6).

Ciò significa che l'oggetto della nostra comprensione non è più il testo liturgico o il rito, ma il «mysterium fidei», ossia la realtà sacramentale; la comprensione poi avviene non immediatamente, ma attraverso i riti e le preghiere.

«Tali riti e tali preghiere dunque non sono fine a se stessi ma sono mezzi che debbono condurre alla piena intelligenza del mistero eucaristico. Questo infatti è mirabilmente espresso nei suoi riti e nelle sue preghiere» (7).

L'acquisizione di questo principio ci pare di portata storica.

La conseguenza è semplice: il testo [liturgico], con la sua struttura e con i suoi contenuti di fede e di pietà, ci offre tutto quanto è necessario per la celebrazione consapevole, pia e attiva. Il testo deve far comprendere il mistero [di fede] al punto da far giungere ad una partecipazione fruttuosa.

Tutto ciò non è possibile se il testo liturgico non è portatore anche della retta dottrina. Il testo liturgico e i riti non ci parlano di se stessi, ma del mistero [di fede]; se essi sono sufficienti e atti per una tale comprensione, significa che essi sono portatori di una formale e totale ortodossia dottrinale.

È importante notare che si tratta di una dottrina direttamente finalizzata alla celebrazione.

Di conseguenza, non è tanto la precomprensione teologica, quanto la concreta celebrazione che deve dare la conoscenza del mistero di fede.

Tutto questo non è altro che l'elaborazione di una teologia pastorale: una teologia basata sui testi che guidano e normano la partecipazione attiva, è necessariamente una teologia pastorale.

Ne segue che, a ben vedere, una ricerca storica basata sui testi liturgici può essere rilevante anche dal punto di vista pastorale.

 

(E. Mazza, Le ordierne preghiere eucaristiche, Bologna 1984, I, pp. 6-10 passim).




NOTE  (torna in cima)
  1. Costituzione sulla santa liturgia (Sacrosanctum concilium) n. 23; cf. G. Alberigo (ed.), Conciliorum oecumenicorum decreta, Bologna 1973, p. 826; per il testo italiano cf. Id., Decisioni dei concili ecumenici, Torino 1978, p. 794. [«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un'accurata investigazione teologica, storica e pastorale. Inoltre devono essere prese in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito della liturgia, sia l'esperienza derivante dalle più recenti riforme liturgiche e dagli indulti qua e là concessi. Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti. Si evitino anche, per quanto è possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti»].
  2. H.-I. Marrou, La conoscenza storica, Bologna 1962, p. 33. Anche se la storia si fa con i documenti, la storia è inseparabile dallo storico e lo storico vive il suo presente. I problemi che egli cerca di dipanare nel passato, forse sono gli stessi che travagliano l'e­poca stessa nella quale egli vive. La conoscenza storica è data da un continuo andare-e-­venire in cui il presente e il passato si illuminano a vicenda. Come il passato è fonte di conoscenza del presente, così il presente è fonte di conoscenza del passato.
  3. Sacrosanctum concilium, n. 48 [«La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti»].
  4. Capitolo secondo, Introduzione (Sacrosanctum concilium Vaticanum secun­dum, Schemata constitutionum et decretorum, Roma 1962, p. 175).
  5. Acta synodalia sacrosancti concilii oecumenici Vaticani secundi, Periodus I, Pars II, Roma 1970, I, p. 22.
  6. Sacrosanctum concilium, n. 48.
  7. A. Cuva, Il mistero eucaristico, in La Costituzione sulla sacra litur­gia, Torino 1967, p. 503.