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CELEBRARE



SC 26: Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi. Perciò tali azioni appartengono all'Intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell'attuale partecipazione.

PNMR 1 / PNMA 1: La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli.
Nella stessa Messa infatti si ha il culmine sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo, Figlio di Dio. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno, i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate.

PNMR 4 / PNMA 4: Non sempre si può avere la presenza e l'attiva partecipazione dei fedeli, che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale della azione liturgica; sempre però la celebrazione eucaristica ha l'efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto è azione di Cristo e della Chiesa, e il sacerdote vi agisce sempre per la salvezza del popolo.

PNMR 5 / PNMA 5: Poiché inoltre la celebrazione dell'eucaristia, come tutta la liturgia, si compie per mezzo di segni sensibili, mediante i quali la fede si alimenta, s'irrobustisce e si esprime, si deve avere la massima cura nello scegliere e nel disporre quelle forme e quegli elementi che la Chiesa propone, e che, considerate le circostanze di persone e di luoghi, possono favorire più intensamente la partecipazione attiva e piena e rispondere più adeguatamente al bene dei fedeli.


«Celebrare» è un concetto sul quale oggi si riflette molto: si vuole meglio capire - per vivere più intensamente - questa realtà poliedrica che chiama in gioco dinamismi umano-divini.

L'orientamento-base e la premessa essenziale che ci guidano nella riflessione, consiste nel tenere vivo il senso della storia della salvezza in cui gli uomini e il mondo sono inseriti.

Dio «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4): questo piano di salvezza, quest'opera di redenzione, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nell'Antico Testamento, è stata compiuta in Cristo Signore.

Ma parallelamente deve rimanere lucida alla nostra considerazione la verità della Chiesa: costituita da Cristo come sua (Mt 16,18), che vive edificata su Cristo (1 Pt 2,5), che è tempio del Signore e Corpo di Cristo (1 Cor 3,16-17; 2 Cor 6, 6-16; Ef 2,21) e che - quando «la Parola si fece carne e pose la sua tenda tra noi» (Gv 1,1-14; cfr. Gv 2,15-16) - è il luogo spirituale del culto a Dio:

Da allora la Chiesa non tralascia di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale mediante l'azione di grazie « a Dio per il suo dono ineffabile» (2 Cor 9,15) nel Cristo Gesù, « in lode della sua gloria» (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo (SC 6). E in questo tempo della Chiesa (che è la continuazione del tempo di Cristo), la Chiesa attua la salvezza nella liturgia, ultimo momento della salvezza.

In terzo luogo, giova alla formazione del concetto di «celebrare» la precisa cognizione teologica della liturgia della Chiesa, fondata saldamente su Cristo sacerdote, pontefice eterno, mediatore della Nuova Alleanza.

È il Concilio Vaticano II che offre una aliquale definizione di liturgia, in questa linea: «Giustamente perciò la liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (SC 7).

La Chiesa è capace di attuare un'opera così grande quale la redenzione perché Cristo è presente in essa, nelle azioni liturgiche in modo speciale: nella liturgia è sempre attiva la meravigliosa realtà soprannaturale del piano della salvezza.

Non deve essere neppure disatteso il concetto di Chiesa come comunità sacerdotale e cultuale; dalla nostra riflessione, cioè, deve trasparire, come in filigrana, anche il dato teologico circa il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale. In questa sede basta il semplice richiamo ad esso: l'argomento verrà sviluppato nella trattazione dell'assemblea celebrante e della partecipazione attiva alla liturgia.

Concretamente, per il rinnovamento della celebrazione dobbiamo rifarci a una rivoluzione non tanto nei riti ma nella mentalità: per questo ci dobbiamo appellare ai fondamenti sopra richiamati, e anch'essi calati nel contesto culturale del nostro tempo.

«Celebrare» diventa davvero il testo di verifica di quanto viene affermato nella Costituzione liturgica circa la liturgia «culmine dell'azione della Chiesa e fonte della sua virtù» (SC 10).

Così, «celebrare» coinvolge un complesso dinamismo di concetti: ricordare, esaltare, accogliere il dono del Signore, assumere precisi impegni morali, aprirsi a orizzonti futuri... E precisamente in questo «luogo» teologico la struttura della celebrazione riceve significato: la comunità viene radunata da Dio, entra in dialogo con lui e con lui stringe la nuova Alleanza nel sangue di Cristo, e, mossa dallo Spirito santo, ritorna in missione.

Dunque, tentando di ridurre a schema quanto una comunità deve tenere presente per avviare un autentico rinnovamento della celebrazione, potremmo elencare almeno i seguenti cinque punti:

1. Coltivare la consapevolezza di essere popolo di Dio (cfr. 1 Pt 2,9), cioè di essere di fronte a una convocazione che viene da Dio e di sperimentare l'inserzione viva in un avvenimento di salvezza.

2. Vivere nel clima di comunione, dando risalto alla struttura dialogica della celebrazione stessa, valorizzando i momenti di creatività e gli inviti all'attualità.

3. Manifestare la fede nella presenza di Gesù Cristo che salva; da questa convinzione deriva il clima di festa (che è inseparabile dalla gioia) di ogni celebrazione.

4. Avvivare l'attenzione ai mezzi espressivi della celebrazione (formule, gesti, canti, silenzio, atteggiamenti esterni e interiori... sapendo cogliere il dinamismo e la forza dei riti).

5. Instaurare un giusto rapporto tra preghiera e vita: il dono ricevuto mediante la fede deve esprimersi nel quotidiano, così da rinnovare il servizio della carità e l'impegno missionario.


(Guida pastorale per le celebrazioni liturgiche. Edizione della provincia ecclesiastica della Lombardia. Anno 1983-1984, Milano, 1983, pp. XLIX-LI)